Rarità svizzere: la Biblioteca Morosini Negroni di Lugano

Almeno per un paio di motivi la biblioteca dei Morosini Negroni, nobile e influente famiglia svizzera di quattrocentesche origini milanesi, ha rappresentato (ancor più a partire dal 1976, anno dell’acquisizione da parte del Comune di Lugano, e dal 1980, dopo il trasferimento dei volumi nei locali dell’Archivio Storico della Città, con conseguente catalogazione) una preziosa occasione di studio per gli amanti del libro.

Innanzitutto, grazie all’origine aristocratica dei propri fondi, documenta lo stratificarsi di un’istituzione “laica”, con testi che vanno dalla metà del Cinquecento a tutto il Settecento, in un contesto bibliografico – quello cantonale – di prevalente matrice religiosa. Secondariamente, attraverso le letture dei suoi membri, fornisce tracce preziose per ricostruire gli interessi culturali dell’aristocrazia lombardo-ticinese nei secoli XVIII-XIX e, in particolare, la partecipazione della stessa al dibattito della società colta italiana negli anni di formazione dello stato unitario. Non dimentichiamo, ad esempio, l’elegante figura di Giuseppina Morosini Negroni, ritratta da Hayez nel 1853, legata a importanti figure della vita culturale del tempo, su tutte quella di Giuseppe Verdi (che conobbe a Milano nel 1842): tra loro vi fu una lunga e bella amicizia, documentata da un fitto scambio epistolare.

Importanti e assai opportune, dunque, le numerose iniziative che la Città di Lugano e l’Archivio Storico hanno organizzato nel tempo per valorizzare questo importante patrimonio librario svizzero italiano. Ricordiamo, in particolare, l’imperdibile mostra del 2011, “Nel Gabinetto di Donna Marianna”. La Biblioteca Morosini Negroni a Lugano, tra Europa delle riforme e Unità d’Italia, allestita a Villa Ciani, di cui resta il bel catalogo edito dalla Città di Lugano, a cura di Antonio Gili e Pietro Montorfani. Accompagnata da una serie di incontri di approfondimento, l’esposizione, eccellente per il progetto scientifico e per l’intrigante e innovativo allestimento, è stata capace di restituire presenza, vitalità, necessità e “ruolo” ai singoli pezzi, superando con gusto la scostante fissità museale che caratterizzava (e ancor oggi spesso caratterizza) molte rassegne bibliografiche.

Fra i materiali esposti, figuravano lettere del già citato Hayez e Maffei, oltre ad alcune significative edizioni antiche, quali il magnifico Della trasportatione dell’obelisco vaticano et delle fabriche di Nostro Signore Papa Sisto V fatte dal Cavallier Domenico Fontana architetto di Sua Santità (Roma, Domenico Basa, 1590), la Biblia pietista di Tubinga (Schramm, 1748), l’Essai philosophique concernant l’entendement humain di Locke (Amsterdam, Pierre Mortier, 1742) e le importanti Historie auguste di Cornelio Tacito, novellamente fatte italiane (Venezia, Vincenzo Vaugris [Valgrisi], 1544), il primo Tacito italiano, da affiancare, nella tradizione, ai più noti volgarizzatori veneziano-fiorentini successivi, Giorgio Dati (1563) e Bernardo Davanzati (1596). Da menzionare, infine, il Dittionario imperiale, opera del traduttore e grammatico lorenese Giovanni Veneroni (Jean Vigneron) e soprattutto di “altri simili Letterati” (Francoforte, Johann David Zunner, 1700), in quattro lingue (italiano, francese, tedesco, latino), che conobbe grande popolarità, anche grazie al nome di Veneroni.

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