Il “Viaggio nel Mar Rosso e tra i Bogos”. Le origini del colonialismo italiano viste da Arturo Issel

Ricordiamo la figura di Arturo Issel, morto un secolo fa, nel novembre 1922, riscoprendo un’opera importante, anche se un po’ eccentrica rispetto alla consolidata produzione scientifica e d’ambito ligure: il Viaggio nel Mar Rosso e tra i Bogos. L’esemplare che esamineremo fa parte della quarta edizione, rivista dall’autore, accresciuta e illustrata da 27 incisioni (Viaggio nel Mar Rosso e tra i Bogos. Con un’appendice sul Mar Rosso nei suoi rapporti coll’Italia dopo il 1870, Milano, Treves, 1885). L’Avvertenza rileva le precedenti edizioni, apparse tra 1871 e 1876, ma innegabilmente è la presente a rivestire il maggiore interesse, poiché ricca di spunti nuovi e originali, in quanto coevi alla presenza coloniale italiana in Africa Orientale.

Arturo Issel

Il lettore si appresta così a leggere “il racconto di alcune gite fatte alla baia d’Assab, a Massaua, nell’arcipelago del Dalhac e nel paese dei Bogos, collo scopo di raccogliere oggetti naturali ed osservazioni scientifiche. Se le descrizioni dell’autore potevano anni sono riuscir attraenti pel loro merito intrinseco e come quelle di località poco esplorate e ricche di produzioni naturali, oggidì l’interesse che inspiravano al pubblico italiano è cresciuto oltre misura, perciocché Assab, come prevedeva l’Issel, è divenuto non solo importante scalo marittimo e commerciale, ma ancora punto di partenza di nuovi acquisti territoriali, e a Massaua, in seguito ad avvenimenti inaspettati, sventola ormai la nostra bandiera”.

Issel parte da Genova sul piroscafo Africa, della Società di navigazione Rubattino: “Regnano a bordo la confusione, il viavai, il frastuono che sogliono precedere la partenza: qua facchini cacciano nelle stive le ultime palate di carbone, là marinai alzano l’ancora, od assicurano in coperta botti e balle. I viaggiatori abbracciano una volta ancora i loro cari, nel momento della separazione, ed il vapore impaziente che mugge e freme nelle caldaie copre le parole d’addio”.

Ecco la porta d’Africa, Porto Said, recente insediamento commerciale e marittimo nato su una spiaggia deserta, 10.000 abitanti, numerose officine, ampi magazzini forniti di ogni derrata, eleganti edifici in pietra, comodi scali per l’imbarco e lo sbarco delle merci, un faro monumentale e un bellissimo giardino, alimentato dalle acque del Nilo. È da lì che, con i migliori auspici, il viaggio di Issel s’invola verso Suez, “pel famoso canale che ha reso l’Eritreo tributario del Mediterraneo. Le sue acque, lucide come specchio, si svolgono dapprima a perdita di vista, tra i due argini paralleli e rettilinei, che le dividono dalla palude del Menzaleh. Più avanti, esso scorre fra le terre asciutte si va restringendo”.

Quando il piroscafo entra nella baia d’Assab, Issel fornisce considerazioni più articolate: “si è messo in dubbio da taluno che la baia d’Assab fosse dotata dei requisiti desiderabili per fondarvi una stazione commerciale e marittima. Io ritengo che se non li ha tutti, possiede almeno i più essenziali: offre cioè buoni ancoraggi ed acque sufficientemente profonde per le maggiori navi; è ben riparata dai venti, e segnatamente da quelli di mezzogiorno e di sud-ovest che dominano in quella parte del Mar Rosso; l’aria vi è, a quanto pare, salubre e pura; il clima, comunque caldissimo, è sembrato a noi tutti più tollerabile di quello d’Aden, e d’altronde l’ombra dei ciuffi di palma dum e dei boschetti d’acacia mitiga sulle sue rive l’ardore del sole”.

Massaua

Alla domanda su come creare ad Assab una stazione navale e un emporio commerciale, Issel risponde che, siccome il territorio africano si trova, per posizione geografica, natura del suolo e clima, nelle condizioni di Aden, gli italiani dovrebbero fare esattamente come fecero gli inglesi – e con successo –, ovvero eseguire lavori per agevolare la movimentazione di merci e passeggeri, costruire un molo e una banchina, munire il nuovo porto di un fanale e di segnali. Servirebbero, inoltre, capanne da concedere gratuitamente ai coloni, pozzi, strade, piazze, oltre a una piccola guarnigione stazionaria di cento uomini per proteggere la colonia. Ancora, si dovrebbero offrire alle popolazioni locali tutte le possibili agevolazioni quale incentivo a stabilirsi nella nuova città “e perciò bisognerebbe adottare un sistema coloniale che assicurasse a tutti libertà intera e protezione, e non inceppasse il commercio con dazi e balzelli”. Auspicabile, inoltre, proseguire l’esplorazione dei paesi vicini, ancora in gran parte sconosciuti, per tessere rapporti di amicizia con i capi indigeni. Issel avverte che Assab non sarà mai colonia agricola, ma una stazione navale e militare, utile all’Italia per penetrare ed estendersi nell’Etiopia meridionale e come nuovo sbocco aperto al commercio, anche in risposta a chi lamenta la mancanza di possessi coloniali italiani atti ad accogliere la nostra emigrazione.

Ovviamente, ampio spazio è concesso alle popolazioni locali: indole, costumi, idiomi. Da segnalare anche alcune osservazioni sulla religione. A Massaua, ad esempio, “non occorre dirlo, son tutti o quasi tutti mussulmani”. Gli Abissini, al contrario, “professano, per la maggior parte, le dottrine di Cristo, che furono, dicesi, apportate nel loro paese fin dall’anno 341 dell’era volgare”. Malgrado gli sforzi dei missionari cattolici, l’Islam ottiene progressi, non solo tra gli abitanti del litorale, ma anche in certe province dell’interno, attraverso un’intensa pressione, esercitata, in particolare, dagli egiziani. Peraltro, regna in entrambe le confessioni la massima tolleranza, unita però a poca devozione, e la maggior parte delle persone si preoccupa più del rito che della dottrina, esponendosi così alle credenze superstiziose e a rimasugli di antichi culti. Sulla schiavitù e sul fatto che, ogni anno, dal porto di Massaua, partono clandestini destinati a essere venduti nei mercati dell’Arabia o dell’Egitto, Issel conferma che esistono mercanti di schiavi (“scellerata industria”) e che, nei domini della Turchia e dell’Egitto, la tratta non è mai stata abolita, malgrado le reiterate e perentorie richieste dei potentati europei: “al Sudan vien sottratto annualmente dalla schiavitù un numero di abitanti che si fa ascendere a 350,000, e di questi, vuolsi che quattro quinti soccombano miseramente in viaggio alle fatiche, ai patimenti, alle sevizie”.

E i Bogos, citati perfino nel titolo? Issel incontra i Bogos (o “Bilen”, come si definiscono loro: i nostri “Bileni”) nell’allora villaggio di Keren, a circa 60 miglia da Massaua. Questa popolazione discende da una tribù emigrata nel Seicento dagli altipiani e appartiene alla schiatta bellicosa dei gruppi etnici Agau (reputati aborigeni dell’Abissinia), di cui conservano il linguaggio. Ora occupa una contrada montuosa geograficamente appartenente all’Abissinia. Saranno forse 10.000, suddivisi in 20 villaggi, e quasi tutti sono dediti alla pastorizia. Hanno una giurisprudenza propria, un’articolazione sociale in patrizi, plebei e schiavi e una costituzione politica non unitaria, poiché si differenzia da villaggio a villaggio.

Come già notato, il valore aggiunto di questa quarta edizione del Viaggio si trova nell’appendice del marzo 1885, incentrata sui rapporti tra il Mar Rosso e l’Italia. Attraverso una rapida rassegna, Issel ricompone le circostanze e le vicende che portarono all’esordio delle nostre imprese coloniali, con approfondimenti di carattere storico, politico e diplomatico. “Pel nostro paese – osserva – il bisogno d’espansione è urgente, la necessità di aprire nuovi sfoghi alla emigrazione e al commercio è imprescindibile. Di più, tutto lascia credere che questo bisogno e questa necessità andranno sempre crescendo. I protettorati francese in Tunisia ed inglese in Egitto hanno reso più angusto il campo d’azione degli Italiani, più malagevole l’esercizio della loro attività sulle rive del Mediterraneo. Nelle repubbliche americane, allorché non sono turbate da guerre intestine ed agitazioni, essi trovano è vero ospitalità e lavoro; ma colà vanno a rinvigorire nuove nazionalità che hanno obbiettivi ed interessi diversi dai nostri. E poi chi ci assicura che quelle vie ci saranno sempre aperte? Per tali ragioni, mi sembra che sia stato saggio proposito quello del governo italiano di uscire dal riserbo in cui si era tenuto fin qui e di prendere parte attiva agli avvenimenti che si vanno svolgendo sulle rive del Mar Rosso e nel Sudan. Se lo abbia fatto colle debite cautele e con cognizione di causa si vedrà in seguito”.

In appendice, il lettore trova un prospetto relativo ai transiti attraverso il canale di Suez dal 1870 al 1883 (da 486 a 3.307 navi), il resoconto dei movimenti della dogana di Massaua nel 1879 (con importazioni ed esportazioni dei prodotti), il trattato fra Inghilterra, Abissinia ed Egitto del 3 giugno 1884, un Project de Convention ricavato dagli atti parlamentari.

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