Suggestioni primonovecentesche, tra Pascoli e Govoni: i “Canti de la Croara” di Filippo de Pisis

I libri e gli articoli – in molti casi usciti anche come unità autonome – pubblicati da Filippo de Pisis, la cui attività letteraria, critica e poetica, è assai meno nota di quella artistica, sono autentiche rarità bibliografiche, molto apprezzate dai collezionisti di editoria del Novecento.

In questa sede, presenteremo i Canti de la Croara, da ritenersi, per molte e giustificate ragioni, una delle più importanti e ricercate edizioni depisisiane.
La storia di quest’opera è stata ricostruita, tra i primi, da Sandro Zanotto, autore della più vasta e documentata biografia dell’artista: Filippo de Pisis ogni giorno (Vicenza, Neri Pozza, 1996).

Siamo nell’agosto 1915. De Pisis sta trascorrendo le vacanze con la famiglia alla Croara, sulle colline bolognesi.
La Croara “era una villa presso San Lazzaro di Savena, già dei marchesi Pallavicino e poi passata a certi nostri parenti, i quali ce l’affittarono per un’estate, con mobili, oggetti e libri e quant’altro conteneva”, spiega il fratello Pietro in un bel libro di ricordi, e “le liriche raccolte sotto il suo nome non furono composte tutte là, ma il maggior numero di esse e il titolo nacquero durante quel soggiorno, che risale al 1915” (con Demetrio Bonuglia, Mio fratello de Pisis-Ricordi Romani, Milano, Daria Guarnati, 1957).

I Canti de la Croara, in cui rinascono le colline “solate”, ville, valli, boschi, campi, alberi di fichi, mele, pesche, querce, cipressi, le “strade brillanti come diamanti dopo la pioggia per la polvere de la selenite”, vengono conclusi il 19 agosto e il 25 de Pisis li sottopone ad Alberto Neppi, sotto la cui direzione la casa editrice Taddei aveva consolidato il proprio ruolo nella cultura ferrarese dell’epoca, in particolare per quanto riguarda l’area popolare e cattolica.
Non è tuttavia la casa editrice di Neppi a pubblicarli. Li stampa, pochi mesi dopo, sempre a Ferrara, il tipografo Bresciani, in sole 130 copie (dieci di lusso “non venali”), acquistabili presso l’autore.

L’opera non figura certo tra le migliori del de Pisis scrittore, ma va comunque considerata un punto di partenza imprescindibile per decifrare la cultura letteraria dell’artista, a iniziare dal cruciale rapporto con Pascoli, fulcro del suo canone letterario (inevitabile, pertanto, riscontrare l’adesione all’estetica pascoliana e, nello specifico, alla maniera del fanciullino), e con Govoni, autore della prefazione, il cui ascendente sui giovani intellettuali ferraresi era, allora, molto forte. La raccolta di testi, peraltro, presenta un’unitarietà conferita proprio dall’adesione alla poetica del fanciullo, esplicitata da Govoni stesso in apertura.

Ancora nel 1926, quando ormai vive a Parigi, de Pisis rende omaggio al grande poeta con la prima delle conferenze organizzate alla Sorbona dall’Union intellectuelle franco-italienne.
Dopo la mediazione di Marinetti, si era da poco registrata l’affermazione di Pascoli nel mondo accademico francese, grazie anche agli studi di Albert Valentin che, l’anno prima, aveva discusso e pubblicato una tesi sui temi della poesia pascoliana, seguita dalla traduzione e dal commento dei Poemi conviviali (Giovanni Pascoli, poète lyrique, 1855-1912. Les thèmes de son inspiration, Grenoble, Imprimerie Allier père et fils, 1925).
In tale contesto, de Pisis richiama la dolce memoria del poeta, alla quale aveva dedicato i propri, indimenticabili Canti giovanili…

© Riproduzione riservata

Previous Story

L’uniforme del re

Next Story

Vittorio Emanuele III nei ricordi di Luigi Morandi