Malraux contro la morte. Rileggere oggi la Voie royale

Recensendo nel 1931, sulla rivista «Solaria», La Voie royale, il libro che André Malraux aveva da poco pubblicato per Grasset e che sarebbe stato accolto in Italia, non tra i capolavori, solo nel 1952, per Mondadori, Leo Ferrero isola un elemento che ritiene peculiare del testo: il porsi di fronte alla vita nel segno del disprezzo (o forse, meglio, differenza),di quella peculiare “tensione” nichilista avvertita da uomini per i quali agire è prova della loro esistenza. Uomini che rischiano per sentirsi vivere. La morale aristocratica permea il tessuto narrativo e trascina nel cuore della cultura francese tra le due guerre la concezione greca di una morte “bella”, eroica, non ordinaria. Come dovrebbe esserlo la vita, d’altronde.La morte è pertanto il tema-chiave dell’opera e proprio la riflessione sul senso della morte, più che su quello della vita, consente di apprezzare un’esotica storia d’avventura senza troppe velleità, nella quale Malraux fa confluire, per poi manipolarle, fonti di varia provenienza e natura, innestate su una trama dall’inequivocabile matrice autobiografica. Come è noto, La Voie royale scaturisce dal controverso caso giudiziario in cui fu implicato lo scrittore all’inizio degli anni Venti e che gettò su di lui un’ombra greve, mai del tutto dissipata.

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Il “caso” Malraux – Nel 1923, Malraux organizzò una spedizione nella foresta cambogiana, per portare alla luce antichi reperti, da immettere nel mercato dell’arte americano. Vi presero parte Clara Goldschmidt, moglie dello scrittore dal 1921 al 1947, e Louis Chevasson, vecchio amico e compagno di scuola. Come il “sacro cammino” medievale, che univa le Fiandre a Compostela, era punteggiato da cattedrali giunte fino a noi quasi del tutto intatte, accanto a piccole cappelle in gran parte scomparse, così la Via dei Re – dal Siam alla Cambogia, dai monti Dângrêk fino ad Angkor – era un percorso fitto di grandi templi sopravvissuti, già descritti e inventariati, ai quali se ne affiancavano altri, minori, ancora sconosciuti.

Ininfluenti sulla determinazione di Malraux gli enormi rischi correlati all’impresa, che tuttavia non potevano sfuggirgli. In attesa della stagione secca, dopo quella delle piogge, lo scrittore trascorreva il tempo studiando, in biblioteca o nelle sale del museo Guimet. Riuscì perfino a ottenere alcune lettere di raccomandazione, oltre a una sorta di “mandato” ufficiale (una dichiarazione che lo riconosceva esperto di arti orientali), con l’intesa che eventuali scoperte sarebbero state comunicate alle autorità francesi. Per collocare più facilmente ciò che pensava di recuperare durante la spedizione, contattò un mercante di quadri, anticipandogli la disponibilità di statue khmer originali.  

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Venerdì 13 ottobre 1923, la nave Angkor salpò da La Joliett per l’Indocina. A quell’epoca, Saigon distava circa quattro settimane di navigazione dalla Francia e vi si giungeva passando per la Sicilia, Port Said, il canale di Suez, il Sinai, Gibuti, Singapore. Obiettivo di Malraux era, principalmente, Banteay Srei, sito di straordinaria importanza, scientificamente consacrato dagli studi di Henri Parmentier, pubblicati sul prestigioso «Bulletin» dell’École Française d’Extrême-Orient, che ebbe sede dapprima a Saigon, poi ad Hanoï, infine a Parigi. Non va peraltro dimenticato che, grazie alla sua spedizione (e all’eco che ne derivò), Malraux agevolò il pieno recupero dell’area di Banteay Srei, che i francesi conoscevano dal 1914, e del tempio voluto dai brahmani, terminato nel 967 grazie al fattivo intervento di Yajnavaraha e Vishnukumara.

Nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, a Phnom Pehn, al rientro dalla spedizione, funzionari doganali trovarono, nella stiva del battello utilizzato dai viaggiatori francesi, casse contenenti frammenti di edificio, nello specifico bassorilievi asportati.

L’arresto e il processo conseguenti sono fatti conosciuti, così come l’eroica abnegazione con la quale Clara, dopo aver simulato un tentativo di suicidio con il gardenale, aver trascorso settimane in ospedale e, infine, essere fortunosamente rientrata in Francia, riuscì a sensibilizzare gli influenti ambienti culturali parigini in favore del compagno (Breton fu tra i primi intellettuali a interessarsi al “caso Malraux”. Sostenne la causa del giovane scrittore anche attraverso la petizione apparsa sulla stampa parigina e firmata da molti intellettuali, tra i quali Gide, Mauriac, Mac Orlan, Paulhan, Jacob, Gallimard, Soupault, Aragon, ai quali si aggiunsero in seguito altre adesioni, come quella di Jean Painlevé, figlio di Paul, allora Presidente del Consiglio). Clara, supportata dall’editore René-Louis Doyon e da Marcel Arland, dovette anche vendere quanto era possibile – libri, gioielli, quadri – per raccogliere le somme necessarie a sostenere tutte le spese di questa onerosa impresa, ma alla fine ottenne per Malraux il rilascio e il rimpatrio, anche se non l’assoluzione.

Il 16 e 17 luglio 1924, Malraux e Chevasson compaiono davanti al tribunale di Phnom Pehn. Il verdetto è del 21: tre anni di prigione per Malraux; diciotto mesi per Chevasson. L’8 e 9 ottobre si presentano davanti alla corte di appello di Saigon che, il 28, emette il verdetto finale: un anno di reclusione, con grazia, per Malraux; sei mesi per Chevasson.


Malraux riversa nelle pagine della Voie royale molto di quanto visse in quel periodo.

La Voie royale e la centralità del tema della morte – Il racconto, costruito sulle storie di uomini che hanno affrontato le impenetrabili foreste del sudest asiatico, come il leggendario avventuriero David de Mayrena, Prosper Odend’hal o Henri Maître, cui si sono aggiunti i personaggi dei romanzi d’avventura letti da Malraux (e certamente l’eredità di Conrad, Cuore di tenebra), vede pertanto la confluenza di molti materiali diversi. Il testo presuppone poi altri libri, quelli studiati per preparare la spedizione cambogiana. Ad esempio, presso la Bibliothèque Nationale, lo scrittore aveva consultato l’Inventaire descriptif des monuments du Cambodge, di Lunet de Lajonquère (citato dal personaggio Vannec), opera fondamentale per conoscere i templi di Angkor e l’arte khmer, oltre all’Art d’Indravarman, di Henri Parmentier. Va inoltre considerato, anche nel nostro caso, l’irresistibile richiamo esercitato dalle culture d’Oriente su molti intellettuali europei a cavallo tra otto e novecento, che sovente ha prodotto – mescolandosi a storie e personaggi usciti dai racconti di viaggio e d’avventura – un impasto esotico la cui funzione formativa ed evocativa è risultata talvolta determinante, soprattutto per gli scrittori.

La “grande paura” vive dentro di noi – Il Malraux degli anni successivi alla Voie royale cerca il proprio destino (o anti-destino), oltre che nel rinnovato impegno politico, nell’arte. Dall’incontro fondamentale con Picasso scaturisce così una chiave di lettura possibile – tra le tante – per un romanzo inqualificabile, aperto a ogni prospettiva.

L’artista spagnolo si confronta con l’arte africana e coglie la verità di gesti senza tempo che sono certo apotropaici, ma, nella loro essenza, soprattutto catartici. Per Picasso, i feticci, le maschere dell’arte nera svolgono una funzione d’intercessione, aiutando l’uomo a vincere la paura che lo possiede: lo liberano, lo redimono. Tutti i feticci servivano alla stessa cosa, sostiene Picasso: «Erano armi. Per aiutare la gente a non essere più soggetta agli spiriti, a diventare indipendente. Strumenti. Se diamo una forma agli spiriti, diventiamo indipendenti. Gli spiriti, l’inconscio (non se ne parlava ancora molto), l’emozione sono una medesima cosa», registra Malraux nel suo Picasso. Il cranio di ossidiana (Milano, Abscondita, 2001).

 “Essere contro la morte” vuol dire, in fondo, proprio questo: far emergere l’angoscia universale per collocarla su un piano di realtà, tale da rendere concreta, per l’uomo, l’occasione della sfida e l’illusione della vittoria.

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