Il nome del marchese Vincenzo Giustiniani, insieme con quello del fratello Benedetto, riveste indiscutibile centralità nella storia del collezionismo
europeo fra XVI e XVII secolo. Dobbiamo infatti a una stimolante complicità intellettuale e al condiviso amore per la bellezza il consolidamento dell’imponente raccolta
familiare di opere d’arte, che giunse a contare, nel 1638, quasi seicento dipinti e oltre milleottocento sculture. I Giustiniani esercitarono un’indiscussa autorità sugli
artisti che confluivano nella Roma del primo seicento e proprio in questo contesto va collocato - emblematico - lo straordinario rapporto fra Vincenzo, Benedetto e Caravaggio.
Viaggiatore curioso e sensibile, esperto e cultore di musica, Vincenzo Giustiniani dimostrò vaste competenze architettoniche, una puntigliosa conoscenza della scultura - di
materiali e tecniche -, nonché un raffinato gusto nell’ideare giardini, fra calibrate geometrie del verde e colte suggestioni letterarie. L’affascinante complessità di questo
incomparabile ingegno traspare appieno dagli acuti e brillanti
Discorsi sull’architettura, la pittura e la scultura, che vengono riproposti in questa nuova edizione critica,
con un'appendice di lettere genovesi.
Il libro si affida ad autorevoli figure del
mondo della musica, del cinema e della critica per ripercorrere
l’attività artistica di Angelo Francesco Lavagnino (1909-1987),
uno tra i più importanti e prolifici compositori di colonne
sonore, oggetto, in questi ultimi anni, di un’appassionata -
quanto felice e meritata - riscoperta. Autore di memorabili
commenti musicali per il cinema italiano (frutto della
collaborazione con i principali registi dell’epoca, da Monicelli
a Steno, da Lizzani a Comencini, da Camerini a Soldati), capace
di imporre la qualità del proprio lavoro anche a livello
internazionale (con Orson Welles e Henry Hathaway, con Raoul
Walsh e René Clément, con Peter Bogdanovich e Youssef Chahine),
Lavagnino fu musicista completo, caratterizzato da una
straordinaria duttilità espressiva, dalla capacità di muoversi
agevolmente fra i generi e dalla costante ricerca di nuove
soluzioni linguistiche, nel segno dell’armonico equilibrio fra
musica e immagine. Gli autori dei testi qui raccolti - in molti
casi, amici e collaboratori del maestro - delineano i tratti di
un artista colto, che ha saputo trasferire nel cinema (anche in
quello “minore” degli anni sessanta-settanta o nel film
documentario) la propria eccellente educazione musicale,
ampiamente testimoniata da un’intensa produzione di musica
teatrale, cameristica, sacra e orchestrale. Tappa
imprescindibile in questo nostro itinerario attraverso la
produzione di Lavagnino è poi l’esperienza senese, come docente
di composizione presso la prestigiosa Accademia Musicale
Chigiana, a Siena. Storie di musica e di cinema, dunque, che si
intrecciano e giungono fino a noi sull’onda del ricordo, per
restituirci il profilo di un grande compositore contemporaneo,
le cui musiche non smettono di emozionarci e la cui fedeltà alla
lezione dei classici, coniugata con le esigenze del cinema, ha
dato esiti di evidente modernità, spesso, ancora oggi,
insuperati.
Alla fine dell’ottocento, intorno al nome di Giorgione, si profilano due indirizzi critici, che rinviano a modi antitetici di affrontare la critica d’arte: l’uno, fondato
sulla ricerca storica e sul metodo scientifico, l’altro, che punta a cogliere e decifrare il nucleo ideale dell’opera artistica, riportando nell’ekphrasis l’equivalente
verbale dell’emozione visiva. Angelo Conti si confronta con entrambe le prospettive, ma sceglie la seconda, nell’intento di andare oltre la storia dell’arte e di attingere
al piano della riflessione estetica. Guardando a Schopenhauer e a Pater, a Ruskin e ai preraffaeliti inglesi, Conti suggerisce un approccio nuovo alla lettura della produzione
giorgionesca, ponendosi in aperta polemica nei confronti della critica storico-erudita di matrice accademica e dell’arte contemporanea, ai cui modelli contrappone la lezione
greca e rinascimentale. Angelo Conti fu un protagonista di primo piano della critica d’arte in Italia fra otto e novecento. Collaboratore di varie testate (fra le quali la «Tribuna»
), lavorò a lungo nei musei italiani: a Firenze, a Venezia, a Roma e infine a Napoli, dove diresse la pinacoteca del Museo e quella di Capodimonte. Il suo
Giorgione, pubblicato
per la prima volta nel 1894, è un testo classico dell’estetismo italiano.
I poeti del sei e del settecento fecero l’opera in musica, gli scrittori dell’ottocento ne furono partecipi in veste sia di autori, sia di spettatori: cosa è accaduto con
i letterati del novecento? Questo libro prova a sfatare il luogo comune che parla di una loro sostanziale indifferenza, dopo Puccini e la generazione pucciniana, di fronte
al teatro musicale: in realtà, sia sul versante dell’opera buffa, sia su quello della cosiddetta
opera seria, scrittori e musicisti hanno corso - e ancora corrono - l’avventura
di trasformare in canto e in azione drammatica intrecci vecchi e nuovi. Dalle rivisitazioni settecentesche, nate su sollecitazioni letterarie, di Busoni, Malipiero e Casella,
alla collaborazione di Riccardo Bacchelli con Nino Rota, dagli scintillanti libretti scritti da W.H. Auden per Stravinskij e Henze al difficile affiatamento tra Italo Calvino e
Luciano Berio esiste una lunga storia, in gran parte ancora da raccontare, sui rapporti di vicinanza, esplorazione e anche reciproca diffidenza tra poeti e musicisti moderni.
È una vicenda che arriva sino a oggi, come testimonia il successo del
Dissoluto assolto di Azio Corghi (2006), cui José Saramago ha prestato una paradossale trama che rovescia
l’interpretazione tradizionale delle gesta dell’impenitente, ma forse innocente, Don Giovanni.